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Rita Mascialino, Bianca Stefania Fedi e Daniela Toschi: Il fuoco degli estinti. E-Book: Premio Rimbaud 2010 (scarica recensione).

Il fuoco degli estinti (2010, qui citato come manoscritto) è un pezzo teatrale in tre Atti di Bianca Stefania Fedi e Daniela Toschi della Compagnia Teatrale Officina Teatro LMC (Limite Massimo Consentito) associata al simbolo Lunaedies, direttore Enzo Caputo. In questa recensione viene considerato il testo scritto che è la base originaria a disposizione degli interpreti. Quanto alle possibili rappresentazioni, esse costituiscono la parte per così dire più variabile, come evidenziano anche le Autrici che lasciano piena libertà di allestimento della scena, non di interpretazione testuale in ogni caso, in quanto esse sanno, come dimostra il loro pezzo, che tutto ciò che viene mutato rispetto al testo originale di un’opera, anche la più piccola parola intesa come un sinonimo, trasforma inevitabilmente il suo significato o crassamente o comunque in parte e alla fine più parti modificate si hanno, più ci si allontana dal significato intrinseco al testo originale.
Venendo al nucleo profondo del dramma, al suo scheletro semantico e principale Leitmotiv, risulta all’analisi del testo che esso riguarda il rilevante tema del significato e dell’importanza delle opere letterarie e in generale culturali, un tema che è direttamente e comunque indissolubilmente collegato e legato al concetto di democrazia – dove il significato delle opere letterarie venga per vari motivi oscurato non ci può essere cultura e neppure democrazia, regime in cui tutto deve tendere alla verità delle cose vista alla luce del sole, in trasparenza per usare un concetto dell’attualità. In altri termini: è dallo zoccolo duro del pezzo, ossia dal suo testo originale, che si evince come il centro semantico e ideologico profondo dello stesso sia dato dalla questione del significato delle opere letterarie e filosofiche o, più precisamente, dalla questione dell’importanza del loro significato, dell’importanza della conoscenza di questo da parte dell’umanità, dell’importanza appunto della cultura che appare come la storia vera dell’uomo, una storia che va conservata e conosciuta per quello che è, senza contraffazioni di nessun genere. Ciò si pone già subito come opposizione ad ogni lettura pragmatica che distorca e inventi il significato dei testi ad usum Delphini o anche solo per insufficienza in ambito interpretativo – il regime democratico è tale proprio perché non ci siano mistificatori né usurpatori di una carica o l’altra, ma il merito di ciascuno secondo le capacità dovrebbe dominare per il bene dell’individuo e di tutta la società. Come afferma indignato uno dei personaggi del dramma, il celeberrimo illuminista Barone d’Holbach presente in scena come statua, in risposta a Fiorenza, editrice ed esperta di codici antichi, quando essa dice che le opere del Barone sono state rispolverate: “Macché rispolverate! Deturpate! Contraffatte! Falsificate!” (Atto I). Afferma al proposito ancora il Barone d’Holbach: “Non c’è maggior affronto, che possa farsi ad un essere umano, che ripescarlo dalla tomba, fargli una statua (mima il suo stesso monumento) e attribuirgli parole che non ha mai detto; dare a lui la responsabilità dei ‘loro crimini’ ed eseguire in nome suo, e delle sue più che legittime utopie… orrori, sì, miei cari: orrori!”
Artemìdia, Etocrate che dà le regole morali per il nuovo ordine socio-politico e culturale di natura dittatoriale, farà dire alle opere del Barone d’Holbach, celeberrimo illuminista – credendolo ormai solo presente in una statua, pietrificato dunque e incapace di difendersi dalle calunnie sul significato della sua opera –, esattamente il contrario di quanto da lui esposto nei suoi scritti, in particolare nell’Ethocratie in cui l’autore auspicava che la politica dovesse essere unita alla morale, questo in un concetto della democrazia orientato verso l’alto. Si può dire che il Barone d’Holbach, che si scaglia sempre e di nuovo nel dramma contro la falsificazione del significato delle sue opere, dia voce simbolicamente dalla sua statua, dall’al di là o dai suoi scritti che ancora conservano in sé la verità sulle sue idee, a tutti gli autori o, più esattamente, a tutte le opere interpretate soggettivamente per incapacità esegetica o per malafede, diremo calunniate senza che si possano difendere ormai più contro i falsi in semantica letteraria e filosofica i quali cambiano la realtà delle idee espresse nelle opere in un concetto di cultura orientato verso il basso. Artemìdia rappresenta il personaggio chiave della contraffazione del significato dei testi a legittimazione del disegno antidemocratico e anticulturale che essa ha il compito di far rispettare, giungendo alla distruzione fisica delle stesse.. Proprio poiché potrebbe sempre esserci qualcuno in grado di dare giusta voce alle opere degli autori, ecco che Artemìdia fa ricercare qualsiasi opera letteraria sia ancora in circolazione sulla Terra a testimoniare la verità delle idee, questo per bruciarla e così annientare le idee di verità, in primo luogo quelle di Franz Kafka, Elias Canetti e Hermann Broch, tre ebrei di lingua tedesca, che trattano in modo particolarmente diretto il tema della battaglia contro la cultura, tipica del nazismo, ma anche di qualsiasi dittatura ed in aggiunta contrassegno delle democrazie deboli nelle quali i libri, se non vengono bruciati, vengono comunque calunniati in vario modo sempre per il medesimo motivo di avere la storia delle idee dalla parte dei potenti, per dimostrare che le idee da questi propugnate hanno dei predecessori illustri, degli ipse dixit dai quali ricevere forza e autorità. Il nome stesso di Artemìdia è particolarmente eloquente: elaborazione del nome Artemide della dea cacciatrice dalle inquietanti simbologie, esso risulta composto di arte- e di -midia, dalla pronuncia inglese del latino media: arte- nel molteplice senso di produzione della fantasia e di fatto appositamente o ad arte, similmente a contraffatto; midia-(media) nel senso di mezzi di divulgazione di massa dell’informazione, termine che unito ad arte- nei significati accennati rende l’idea della qualità di tale divulgazione di massa, spesso contraffazione della verità dei fatti stessi, della cultura – ricordiamo che Artemìdia è l’Etocrate, colei che diffonde le regole che devono impostare la vita socio-culturale del gruppo, colei che è strumento del potere non democratico, bensì dittatoriale. Anche il cognome di Artemìdia, Salomon di antica memoria, è associabile sul piano dell’ironia e per contrasto alla proverbiale saggezza di Re Salomone soprattutto in ambito morale, associazione che rafforza l’interpretazione già negativa del nome della donna. Di fatto Artemìdia è tutt’altro che una persona saggia, è solo colei che ha il coraggio o la faccia tosta di dare regole anticulturali, colei che vuole bruciare le opere degli intellettuali per invidia verso i migliori e vuole pubblicare solo le proprie opere e quelle dei suoi servi, quelli che fanno da grancassa al potere, rivelando essa così sempre più di essere strumento principe di un regime dittatoriale la cui finalità culturale principale è quella secondo la quale il popolo non deve avere la possibilità di venire in contatto con idee diverse da quelle diffuse dal potere politico di turno, non democratico. Gli Etocrati, in aggiunta alla volontà di cancellare ogni opera dei veri intellettuali la quale possa smascherarne le reali intenzioni, hanno inventato “per rimbecillire le menti” (Atto I, Scena Seconda), l’Amnioticum, adombramento della televisione di regime come la presenza dello schermo che lo contraddistingue evidenzia, simile a quello cinematografico con la sola differenza di poter essere alla portata di tutti. Si tratta di uno strumento che funge quasi da placenta materna cui il liquido amniotico allude, in cui il feto dorme la sua vita prima di nascere, protetto e obnubilato, incapace di agire e di pensare, portato più o meno piacevolmente a spasso da altri, nel caso dalla madre, senza indipendenza, quindi anche senza la responsabilità di pensare e di agire.
Come anticipato, l’argomento che sta al centro del dramma Il fuoco degli estinti, ossia il significato delle opere letterarie e filosofiche, d’arte in generale, non si riferisce solo ai regimi più o meno esplicitamente dittatoriali, ma si riferisce anche e forse soprattutto alle pseudo democrazie, alle democrazie deboli, ossia alle democrazie apparenti, quelle in cui in un modo o in un altro vi è un’Artemìdia che impera attraverso i suoi servi, non dando spazio a chi la pensi diversamente, ai dissidenti, grazie ai quali soltanto vi può essere il progresso delle idee, della società, della cultura, questo non solo nella contemporaneità, ma in tutte le epoche della civiltà umana. In particolare per l’epoca attuale si deve riconoscere in pieno accordo con le Autrici che vige più o meno ovunque ancora, malgrado la battaglia coraggiosamente combattuta dagli Umanisti in Italia e successivamente in Europa e malgrado ogni apparenza possibile, la consuetudine della casta di legittimare sotto la maschera di una falsa democrazia la libera interpretazione dei testi, espediente che in realtà e in primo luogo, tra l’altro, permette di non rispettare il significato dei testi e attraverso la quale viene contrabbandata in buona o cattiva fede qualsiasi distorsione del significato degli stessi, come sempre ribadisce il Barone d’Holbach secondo l’incisivo copione dettato dalle Autrici. Quale emblema del passato anticulturale, basti ricordare, tra il molto altro, l’esistenza del Libro dell’Indice e dell’Inquisizione, per restare in Italia, con il divieto per il popolo e per chiunque di avvicinare i testi liberamente applicando le regole della ragione per scoprire la verità dei messaggi tramandati dagli autori nelle loro opere, messaggi non graditi al potere perché in contrasto con quanto da essi propagandato per poter imperare senza opposizione e con il terrore, ciò con il rischio frequente per le persone di essere torturate in modi estremamente orridi, nonché di essere alla fine spesso anche giustiziate. Si tratta di un presente e di un passato messo molto bene in evidenza nel dramma di Bianca Stefania Fedi e di Daniela Toschi.
Quanto ai protagonisti del pezzo di Fedi e Toschi, essi, come già accennato, sono alcuni grossi intellettuali ormai defunti: Franz Kafka e un suo personaggio, il cacciatore Gracco, che ha vita nell’omonimo racconto in qualità anch’egli di defunto, inoltre Hermann Broch, Elias Canetti e il già citato Barone d’Holbach, tutti estinti, termine scelto dalle Autrici molto opportunamente. Esso si addice a qualificare la morte delle persone ed è anche collegato al fuoco quando si spegne o viene spento. Se il fuoco può distruggere o spegnersi, è anche sua natura quella di riscaldare e fare luce nell’oscurità, dipende da che tipo di fuoco si vuole estinguere o si estingue. La sua estinzione in senso negativo, ossia la cancellazione della luce che esso porta e del calore che dà, è quanto interessa l’Etocrate del nuovo ordine etico, colei, come anticipato, che fa applicare le regole della nuova modalità socio-culturale dell’esistere improntata a tenere il popolo nell’ignoranza. Come asserito dalle Autrici, il pezzo può essere goduto anche senza sapere nulla dei personaggi che gli danno vita in qualità di grandi intellettuali ormai defunti, tuttavia credo non inopportuno in una Recensione offrire qualche dettaglio relativo al perché le Autrici abbiano scelto questi autori e non altri per dare vita alla loro interessantissima e coraggiosa opera – mettere le mani sul significato delle opere è sempre stato ed è tuttora un atto di coraggio nei regimi dittatoriali come pure nelle pseudo democrazie o democrazie deboli.
La struttura del dramma trae dunque spunto dalla originale rielaborazione del racconto kafkiano Der Jäger Gracchus, Il Cacciatore Gracco, famiglia celebre nella storia romana: Caio e Tiberio Gracco volevano portare la democrazia e la moralità nella Roma corrotta, uno fu ucciso, l’altro si fece uccidere sulla via della fuga da lui tentata per salvare la vita. Nel racconto di Kafka, come testé detto, il protagonista è un morto, appunto il cacciatore che inseguendo la preda, ossia metaforicamente a caccia degli ingiusti, cadde da una rupe e morì, ma restò sulla Terra anche da morto per una svista di colui che conduceva la barca che doveva trasportarlo nel regno dei morti, svista cui vuole porre fine l’Etocrate e cacciatrice Artemìdia cancellando tutto quanto è rimasto sulla terra del vecchio ordine, nel caso specifico l’opera di Kafka, e che farebbe da contrappeso all’ingresso del nuovo ordine dittatoriale, dove non c’è più alcuna libertà di pensiero e di azione. Nel racconto di Kafka c’è una grande scala infinita che porta in alto e sulla quale si trova il cacciatore, sempre sballottato da ogni parte, in alto, in basso, a destra e a sinistra, dovunque il vento tiri – un po’ come è la funzione dei libri che fanno restare sulla Terra i loro autori pur defunti e le loro idee, ciò a testimonianza dell’importanza delle idee che difficilmente muoiono, ma anche della fine che possono fare le idee espresse nei libri che vengono distorte o comunque portate dove vogliano gli interpreti, le caste di potere e gli stolti di cui esse si servono. Pure nella scena in cui si svolge il dramma di Bianca Stefania Fedi e Daniela Toschi sta una grande scala che porta in alto, che può essere salita e anche discesa, a simbolo specificamente delle idee degli autori che si trovano ora a salire le scale ora a scenderle in un avvicendamento continuo secondo il vento che soffi.
Ma anche qualcosa del romanzo Auto da Fé di Elias Canetti si riflette nell’opera. Il protagonista ha come cognome Kien, che nel detto tedesco auf dem Kien sein significa essere sempre all’erta, essere desti per sapere sempre che cosa stia per accadere o stia accadendo, inoltre significa pezzetto di legno di pino molto facilmente combustibile, adatto a far prendere il fuoco, ossia a far divampare le fiamme e di fatto il romanzo termina con il grande rogo dei libri, della cultura – come disse Heinrich Heine nella sua tragedia Almansor: “(…) dort wo man Bücher verbrennt, verbrennt man auch am Ende Menschen”, “(…) là dove si bruciano i libri, si bruciano alla fine anche gli uomini”. Kien diventa colui che, piuttosto di dare le idee in pasto a chi le vorrebbe contraffare o cancellare, preferisce dare loro egli stesso la morte oltre che a sé, un po’ come per non dare al nemico la soddisfazione della cattura, ciò in quello che si può definire come un suicidio culturale per così dire. Il romanzo, a detta di Canetti, aveva subito qualche influsso di Kafka, che tuttavia dista da Canetti anni luce come scrittore e intellettuale, tuttavia tale influsso contribuisce a giustificare, oltre al fuoco che distrugge la biblioteca e Kien stesso, la presenza di Canetti nel dramma Il fuoco degli estinti. Anche di derivazione canettiana è il colore blu come l’hanno pensato le Autrici per le terre inospitali in cui si svolge il Terzo Atto dell’opera: il blu è un colore inviso a Peter Kien, in quanto è il colore del grembiule di sua moglie e simboleggia, visto che la moglie è il richiamo al rapporto sessuale che aggancia alla vita, la vita stessa in sangue e carne che Kien non apprezza e di cui ha appunto paura al punto che preferirà morire nel rogo dei suoi libri piuttosto che vivere una vita normale e banale, perché per lui tutto ciò che esula dalla critica intelligente, dall’intellettualità ed è ambito di credulità e di fede è degno di essere irriso come lo è sua moglie, sua ex donna di servizio per altro.
Anche Hermann Broch è uno scrittore ebreo come Kafka e Canetti ed il suo collegamento all’opera di Fedi e Toschi è duplice: da un lato il rogo che Virgilio nel suo romanzo Der Tod des Vergil, La morte di Virgilio, vorrebbe bruciasse il suo libro l’Eneide, di cui dice che non serva a nulla come tutta la poesia che sarebbe luogo di menzogna, volontà che i suoi amici non rispettano per cui l’umanità può godere del testo salvato dall’annientamento, come anche le opere di Kafka sono state salvate dall’amico Max Brod dall’annientamento ordinato da Kafka; dall’altro lato la riflessione sulla natura e sull’importanza dell’arte letteraria, del suo significato nella civiltà umana che non l’autore, ma gli interpreti decretano – tralasciamo qui una digressione troppo lunga sull’opinione di Broch su tali opere nonché sugli interpreti delle stesse.
Per ricapitolare: autori accomunati dall’essere defunti e ancora sulla terra per qualche disguido di chi voleva spazzarli via o credeva che fossero stati spazzati via in quanto ormai nel regno dei morti, fuori dalla terra – vedi Kafka e il suo cacciatore Gracco, magnifico simbolo della vita delle idee ancora circolanti dall’oltretomba e ancora sempre in grado di salire e scendere la scala infinita che conduce nell’al di là e nell’al di qua a simbolo della vita delle idee portate ovunque secondo le opportunità e senza che possano stare al timone della barca; autori accomunati dai roghi dei libri e anche delle persone, vedi Canetti con il rogo della sua biblioteca e con esso del protagonista del suo romanzo Auto da Fé, il quale considera i filologi, ossia coloro che si occupano del significato dei testi, come degli sciocchi, nonché considera anche la vita al di fuori dell’intellettualità come cosa di nessun valore, da rifiutare; infine Broch il cui protagonista di Der Tod des Vergil, appunto Virgilio, poco prima di morire considera di nessun valore la sua opera Eneide perché incompleta e vorrebbe distruggerla, dimostrando così di non saperla valutare, ciò che gli autori possono fare solo in superficie essendo essi artisti, non analisti delle loro opere – vedi al proposito la Intentional Fallacy di Wimsatt e Beardsley del 1946 e, in parte, l’affermazione di Roland Barthes nel 1967 attorno alla morte dell’autore come interprete della sua opera, ossia secondo tali studiosi, molto diversi come impostazione di pensiero, gli autori come interpreti delle loro opere non erano i più idonei ad interpretarle per motivi che qui non si espongono in quanto pretenderebbero una digressione troppo lunga.
Collegato al tema centrale del significato e dell’importanza delle opere letterarie sta appunto il tema della difficoltà della loro comprensione, un testo di fantasia è sempre, più o meno, denso di simbologie che, non adattate al reale concreto, sono difficilmente schiudibili, come il personaggio Franz Kafka dichiara: “E oltretutto ciò che di noi sopravvive … ha ben poco a che fare con quello che eravamo.” Anche Kafka lamenta il fatto che le opere non vengano comprese o vengano spacciate per altro da quanto sono ed ecco esposto dall’Autrice anche il perché Kafka avrebbe voluto che le sue opere fossero distrutte, non tanto per non essere compreso, quanto soprattutto per non essere frainteso. Come bene evidenziano dunque le Autrici, dove non si comprende il testo delle opere o dove lo si contraffà appositamente per nascondere la verità, che appunto viene nascosta anche per mancata comprensione, non solo per dolo, si ha la negazione della cultura.
Senza voler entrare nel dettaglio della trama, sempre simbolica a tutto campo e che lasciamo al piacere degli spettatori o dei lettori, ci soffermiamo sul fatto che nell’Atto III compaiono le cosiddette terre inospitali, che dovrebbero essere le uniche a poter salvare dall’estinzione gli autori di opere letterarie e le loro opere anche grazie al fatto di essere inospitali e quindi poco appetibili al potere, più facilmente eludibili dalla caccia alle streghe per così dire con una metafora spazialmente pertinente alla caccia di Artemìdia. Si tratta di luoghi in cui sono costretti a vivere gli autori e le loro opere per poter sopravvivere, per salvarsi dalla totale estinzione operata dal potere non democratico, una specie di limbo molto adatto a simboleggiare anche la fine delle idee nelle democrazie deboli. La cosa particolarmente straordinaria nel dramma di Bianca Stefania Fedi e Daniela Toschi è che l’opera termina con la volontà di ricostruire la civiltà umana in modo migliore. Potrebbe sembrare qualcosa di comune, un finale ottimistico, al contrario è un finale altamente drammatico. Non si tratta di modificare o di migliorare mantenendo le strutture generali che già ci sono, ma di ricostruire, ciò che implica che si elimini quanto c’è già e che tutto vada modificato, non solo una o l’altra parte, e davvero le Autrici hanno messo con ciò il dito nella piaga. Vi è nella Spazialità Dinamica intrinseca a questa immagine, quella del ricostruire la civiltà partendo da un progetto nuovo in base al livello attuale, l’implicazione della distruzione di quanto già c’è e la ricostruzione appunto di bel nuovo di tutta l’impostazione socio-politica e culturale, niente rammendi o rappezzi dunque, ma una nuova costruzione di impostazione diversa dalle basi, diversità per la quale, secondo il giudizio delle Autrici che non si può non condividere, i tempi urgono e che oggi, proprio nella crisi generale di ogni valore, è necessario attuare per salvare il mondo. In questo sta il substrato straordinario e rivoluzionario in senso democratico, non certo cruento, espresso in questo importante dramma, che afferma in ampia articolazione di concetti e simbologie come non si possa andare avanti a piccole modifiche che apparentemente introducono il nuovo e in realtà lasciano il tempo che trovano, ma come si debba avere il coraggio di abbattere il vecchio e rifare la struttura ex novo, cambiandone l’impostazione, ponendola su nuove basi diverse da quelle su cui si è costruita la precedente civiltà, basi che rispettino il significato della storia dell’uomo, delle sue opere culturali, di quelle della fantasia letteraria in primo luogo, luogo della verità della personalità degli esseri umani. Solo così, secondo le Autrici, si potrà cambiare in meglio la società, la cultura, la civiltà umana. E per altro il fuoco degli estinti, dei grandi intellettuali ed artisti, arde per sempre ed è capace di sovvertire qualsiasi status quo antidemocratico con la sua potenza, se solo i significati delle opere non vengano falsati.
Un’opera teatrale molto interessante e, come anticipato, anche molto audace, ricchissima di spunti su cui riflettere, molto fruibile sul piano della realizzazione teatrale, se la realizzazione, pur con modifiche possibili se necessarie, dà ragione del testo di Bianca Stefania Fedi e di Daniela Toschi, ossia se non lo estingue nella contraffazione delle idee.
Rita Mascialino


Rita Mascialino, Gondola in serenata. (Cleup Editrice Università di Padova, novembre 2015). La raccolta comprende dodici racconti ambientati nella Venezia degli anni Sessanta del Novecento e illustrati da dieci acquarelli di Anna Maria Fanzutto, pittrice, scultrice, incisore in Buja (UD). Copertina di Anna Maria Fanzutto liberamente ispirata al racconto Gondola in serenata.

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Rita Mascialino, Anna Maria Fanzutto: Gondola in serenata. Acquarello ad illustrazione dell’ultimo racconto della raccolta ‘Gondola in serenata’: Recensione di Rita Mascialino.

“L’acquarello di Anna Maria Fanzutto citato nella Recensione sta non solo in copertina, ma anche ad illustrazione dell’ultimo racconto della silloge che dà il titolo alla raccolta. Nel racconto sta una gondola in serenata appunto, ossia con accompagnamento musicale e canto di artisti lirici in passato famosi, ora meno noti per via del tempo trascorso, ma ancora validi, anzi più validi che mai per le malinconiche serenate sul mare notturno di Venezia che essi impreziosiscono con la loro voce nostalgica e commovente. Una tale serenata viene vista e udita dalla protagonista del racconto, mascherata in quanto la scena si svolge durante il Carnevale, la quale si trova su un ponte, sola in quanto ha perso tutti ormai, i genitori, anche il compagno tanto amato. La pittrice Anna Maria Fanzutto ha dato un’interpretazione profonda del racconto e condensata sul piano estetico dell’immagine: nella gondola c ‘è accanto al gondoliere solo una donna, la protagonista, che si proietta nei suoi anni giovanili, quando era ancora a Venezia, tuttavia li rivive in solitudine – è sola nella barca – come di fatto lo è ora che non è più giovane, ossia nella solitudine che connota il viaggio in gondola al chiaro di luna nell’acquarello della Fanzutto  viene condensata sul piano della fantasia artistica la realtà della protagonista del racconto che rivive da non più giovane e senza nessuno vicino a sé la sua gioventù unita alla sua diversa età da cui rivede la sua vita, diversa età che ha come conseguenza la sua totale solitudine. La  barca, in questo capolavoro estetico e simbolico di Anna Maria Fanzutto, scivola via lentamente sulle acque, senza musica, senza serenata che è solo nei ricordi della protagonista che nel racconto guarda da sola  appunto la serenata in gondola.
Splendida la realizzazione tecnica dell’acquarello che vive della luce soffusa della luna sul canale come si vede nella riproduzione posta ad illustrazione dell’ultimo racconto – nella copertina si ha una visione parziale del medesimo acquarello -, una luce che esalta la notte e il mistero delle acque, adatta all’interiorità più profonda. Gli ulteriori splendidi acquarelli posti qui e là tra i racconti sono del genere astratto e interpretano del tutto simbolicamente alcuni tratti importanti dei racconti.”

Rita Mascialino

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rita_mascialino_notturnoRita Mascialino, Notturno. Padova: Cleup: dicembre 2015: poesie: Copertina: tela in acrilico e scultura di Anna Maria Fanzutto, pittrice, scultrice e incisore in Buja (UD): Dall’alto del dirupo, ispirata all’omonima poesia di R. Mascialino nella raccolta Cuore della vita (Padova: Cleup: 2014: poesie). La raccolta comprende ottantuno liriche e una Postfazione dell’Autrice.

 

Dalla Postfazione:

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“Durante le presentazioni delle mie poesie, dove do qualche veloce cenno sul significato delle stesse, mi è stato chiesto  più volte dal pubblico di dotare per il futuro anche le mie raccolte poetiche di una Postfazione come faccio con i libri di altri poeti, di altri scrittori. Dopo qualche riflessione (…) ho scelto tre poesie senza tuttavia farne una vera e propria analisi, ma solo evidenziandone una caratteristica, uno dei significati che esse esprimono (…).”

Dalle poesie:

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Bella dagli occhi verdi *

Bella dagli occhi verdi / Come l’erba di collina / Al vento che la spazza / A primavera / Fragrante di ginestre / Si abbasserà il sipario / Sulla luce che s’irradia /Come faro di mistero / Dal tuo sguardo di faville / E l’Universo esploderà da solo / Nello sfarzo dell’incendio / Della notte fiammeggiante.

* Dal trittico dedicato a mia madre Luigia Marisa Alvigini Mascialino.

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Rita Mascialino
2014 Marilena Mesaglio: Analisi e interpretazione.

Recensione.

Marilena Mesaglio

Marilena Mesaglio

Estratti dalla Recensione:

“Marilena Mesaglio è un’artista che opera nell’ambito del disegno non servendosi tuttavia del tradizionale carboncino o delle matite colorate e neppure della più attuale penna grafica, ma adoperando il mouse, con cui crea figure e colori allo schermo del computer per poi passare alla stampa su speciale carta o tela. Se la penna grafica ricalca in parte e comunque molto da vicino l’abitudine alla scrittura come dice il suo stesso nome, il mouse se ne distanzia sostanzialmente. La principale differenza fra i due strumenti risiede nella circostanza che il mouse attiva non solo e non eminentemente la mano come al contrario la penna, ma anche tutto il braccio, così che il gesto grafico si viene a trovare in più stretto collegamento con il corpo dell’artista, a più stretto contatto quindi con le spazialità dinamiche dell’inconscio, dell’immaginifico più carico di significati che la disegnatrice proietta esteticamente nelle sue opere rendendole intense dal punto di vista semantico-emozionale, simbolico ed espressivo. La tecnica di Marilena Mesaglio si avvale di una tavolozza cromatica molto luminosa, a volte intensa frutto della tecnica cosiddetta a pennellata dura o lunga, a volta delicata ed anche delicatissima a pennellata breve, inoltre con la sovrapposizione dei colori. Tutto ciò enfatizza le cromie in senso polisemico, profondamente simbolico e, secondo i soggetti, collegato talora al reale per il possibile in opere immaginifiche come quelle della Mesaglio. Anche l’astratto è presente nell’artista che lo adopera in genere per i temi più drammatici, forti, spesso di taglio espressionistico, siano essi idee o figurazioni. Il tratto è straordinariamente preciso nel conseguimento delle forme volute, un tratto di sapiente abilità con il quale Marilena Mesaglio è in grado di esprimere qualsiasi emozione, impressione, simbolismo, qualsiasi realtà, qualsiasi sentimento, in breve: la sua visione del mondo profonda e sensibile”.

RM

Vulcano

Vulcano

Dall’analisi di Vulcano:

“Vulcano è il titolo del disegno che raffigura in primo piano un variopinto cavallo senza cavaliere. Marilena Mesaglio gli ha dato il nome del dio latino del fuoco che, originariamente distruttore e successivamente identificato per sincretismo mitico con Efesto, il dio greco del fuoco, è venuto a rappresentare anche gli ambiti costruttivi propri di quest’ultimo relativi, tra l’altro, alla tecnologia e alla scultura, una divinità quindi rappresentante il metaforico ed inestinguibile fuoco che sta alla base della creatività sia tecnica che estetica, connotazioni per eccellenza dell’opera d’arte. Diamo ora un cenno di analisi e interpretazione del significato di Vulcano.
Il piano d’appoggio del cavallo della Mesaglio ha la spazialità di un mondo munito di orizzonte circolare come lo si ha sulla Terra, illuminato dal Sole che sorge in un cielo azzurro con qualche beneaugurante tono lievemente rosato. Su quello che appare come un piano di appoggio che riprende il colore del cielo, si estende un’ampia fascia rossa, come un sentiero o una pista curva di pertinenza del cavallo che avanza da solo su di essa come in un proprio regno. Sulla destra del disegno si staglia una zona approssimativamente sferica e nera delimitata anch’essa al suo esterno dalla piattaforma azzurra di appoggio. Tale piano si evidenzia nella spazialità generale dell’opera non come un suolo di terraferma, bensì come una zona acquatica, oceanica. In quanto tale non è un piano consono ad un cavallo concreto necessitante della terraferma, così che questo animale si presenta inevitabilmente come creatura della fantasia, surreale portatore di significati simbolici profondi che andiamo ad individuare. Il cavallo in generale, quello nero in particolare ma non solo, è nella produzione simbolica degli umani, tra il molto altro che non citiamo qui, sempre una figura che sorge dalle profondità del sottosuolo, dal fuoco, da un mondo di tenebre o di incandescenza o dagli abissi acquatici simboleggianti l’informe, quindi sempre l’inconscio, in ogni caso da un mondo non solare, ma oscuro e nascosto quale base profonda di ogni consapevolezza. Il cavallo della Mesaglio condivide sì questa natura originaria intrinseca alla simbologia che gli appartiene, ma mostra in aggiunta l’individuazione data dai tratti della personalità dell’artista che nel contesto dell’opera lo hanno elaborato facendone un pezzo semantico ed estetico unico. L’oscurità che connota la natura pur sempre ctonia di questo cavallo non è così diretta come ad esempio nel maestoso cavallo nero signore delle ombre e della notte in Franz Kafka (Mascialino 1996 e segg.). Nel disegno della Mesaglio tale natura si riconosce meno direttamente, ma è comunque presente sia in quello che appare come un baratro, un abisso tenebroso posto a destra guardando l’opera, una fossa oscura da cui sia uscita ed in cui possa rientrare a piacimento tale figura con tutti suoi colori – il nero ha la caratteristica di assorbire tutti i colori e di essere considerato da sempre la potenziale e originaria matrice di ogni cosa –, sia nella cromia, seppure non completamente nera ma mista all’azzurro, comunque fondamentalmente scura delle zampe dell’animale. In altri termini: la fossa nera appare al seguito dello speciale cavallo, molto vicina a lui come memoria del suo luogo di origine e di rientro; le zampe mostrano nel loro colore la provenienza dall’energia motrice dell’inconscio con qualche leggera tonalità di consapevolezza, di spiritualità come il celeste indica (…) In altri termini: Vulcano si rivela all’analisi come una complessa raffigurazione della fantasia artistica per come viene recepita dalla disegnatrice Marilena Mesaglio, una creatività estetica fine per quanto uscente dalle profondità più oscure e dalle rosse lave della fantasia, espressa sul piano della consapevolezza in dovizia di significative strutture e cromie (…) Nel disegno assume particolare rilievo anche la coda dell’animale sebbene occupi un posto non di primissimo piano come il corpo dello stesso, ma spostato dal centro e collocato lateralmente. Si tratta di una coda sfarzosa, ricca di moti e di intrecci, che si allunga sino al suolo in forma di piramide a base apparentemente triangolare con il vertice in alto come segno di tensione verso la spiritualità. La simbolica piramide ha la sua base nel basso dell’altrettanto simbolico suolo rosso ed è intagliata nei colori del dorato e del bianco con riflessi rosacei, una coda che è un tocco maestro di bellezza e di complessità della struttura concreta e metaforica. La coda è in tutte le culture umane un simbolo fallico, un emblema della potenza maschile sessuale e guerriera, un simbolo che ha grande pregnanza nel disegno mesagliano e che nel contesto subisce variazioni rilevanti. La bellezza e l’ornato intreccio di tale coda rimandano ai capelli femminili, appunto alla coda femminile, mentre la tensione del vertice verso l’alto ne fa il simbolo più leggiadro della potenza della donna, una potenza che si esplica non nella bellicosità e nella violenza, ma sublimata nell’armonia, nelle complessità della composizione artistica, estetica. Il disegno, come dall’analisi, esprime dunque in generale la creatività artistica come la può interpretare al meglio una artista donna, Marilena Mesaglio, capace di fare avanzare senza paura il suo cavallo fantastico su lave incandescenti ed in stretta relazione con spazi acquatici e di tenebra, ma in un’atmosfera elaborata in raffinatezza, in spiritualità (…)”.

RM

Per leggere l’analisi di Vulcano nella sua interezza vedere il sito di Marilena Mesaglio www.formartistica.it – Tecnica e analisi, dove sono pubblicate in aggiunta ulteriori analisi e interpretazioni di Rita Mascialino relative ad otto opere di Marilena Mesaglio, inoltre vedere il Catalogo dell’Artista Nel Mondo del Disegno d’Arte di Marilena Mesaglio ( 2014) a cura di Rita Mascialino.

Rita Mascialino

Poesia2014 Marilena Mesaglio: Poesia. Gorizia: Kulturni Center Lojze Bratuž: opera donata alla IV Edizione 2014 del PREMIO FRANZ KAFKA ITALIA ®: disegno grafico stampato su tela, 50×60: certificazione di autenticità e unicità: recensione.

Il disegno grafico Poesia di Marilena Mesaglio si gioca su due colori uni tamente a diverse sfumature degli stessi: l’azzurro più o meno intenso fino al pervinca tenue ombreggiato di grigio ed il rosso di tono aranciato più o meno chiaro fino al rosato e più o meno scuro fino al mattone, al bruno. Si tratta di un immagine che al primo sguardo d’insieme o comunque in superficie mostra una composizione delle citate cromie a intrico di fiori e foglie che non stanno recisi in un vaso, né appaiono radicati al suolo e che mostrano tra l’altro foglie azzurre, ciò che pone la composizione floreale direttamente sul piano dell’immaginazione libera dal riscontro con il reale concreto e materiale. Si tratta quindi di fiori che fanno parte dei mondi psichici di Marilena Mesaglio, ossia che riproducono forme del reale trasfigurate dalla fantasia e dai suoi simboli. Addentrandoci nel piano più profondo dell’elaborazione simbolica, l’immagine evidenzia un movimento dalla spazialità concentrica, a vortice, a imbuto o campanula volendo restare nell’ambito floreale e nella fattispecie dei fiori rappresentati, appunto campanule per quanto speciali. Tale struttura origina da un centro propulsore che si identifica sulla tela in un’area centrale particolarmente luminosa e comunque più luminosa, più chiara di quanto sta nella periferia, come se la luce provenisse da un nucleo che arda a vortice sotterraneamente. In altri termini: la luce non proviene dall’esterno, dal sole o da una lampada artificiale, proviene invece da un punto centrale profondo. La creatività di Marilena Mesaglio, cui essa dà espressione estetica in diverse modalità di volta in volta nelle sue opere, si inserisce qui nei due filoni fondamentali che connotano la più precipua qualità artistica: da un lato il fuoco come già anticamente veniva percepita l’ispirazione artistica, dall’altro l’oscuro del più profondo inconscio, scrigno prezioso di ogni consapevolezza, di ogni mistero. I due estremi si identificano in questa splendida immagine nella maggiore luce centrale e nell’oscurità che si intravede man mano che si prosegue verso la periferia, come sia l’oscurità il contenitore più ampio, quello che fa da sfondo anche al fuoco creativo di cui traspare la presenza come fonte di luce. La struttura ad imbuto si ritrova reiterata anche nella forma dei singoli fiori dai petali posti appunto a campanula, i quali ripropongono nel particolare la dinamica generale che dà origine agli stupefacenti fiori psichici di Marilena Mesaglio, che portano impressa in sé l’impronta del vortice della fantasia con la sua direzione dal profondo alla superficie. Tale spazialità costituisce tra gli altri un importante Leitmotiv di questa artista. Ad esempio, lo straordinario disegno Vulcano (www.formartistica.com), imperniato sulla visione estetica del mondo dell’artista, mostra tratti espliciti ed impliciti di questa particolare spazialità. Tuttavia, malgrado la spazialità sia quella del vortice, nulla di violento appare in quest’opera: si tratta di un tornado sublimato in campo estetico, di una visione del mondo che esalta la bellezza della vita, delle opere umane come siano i più bei fiori prodotti dalla mente. Il titolo Poesia non potrebbe essere più pertinente. Poesia, all’origine greca del termine poiesis da poiein, aveva come referente la creatività artistica in generale, non solo quella relativa alla poesia quale espressione linguistica più intuitiva e creativa possibile, diversa dalla prosa del reale quotidiano. In altri termini: il termine poesia nella visione del mondo della Grecia classica non si riferiva solo a ciò che è venuto distinguendosi nel tempo specificamente come poesia, bensì perteneva a quanto era distintivo di tutte le arti, ossia designava l’ambito immaginifico della creatività in generale, della fantasia artistica in particolare. Così le immagini di Marilena Mesaglio uscenti dal vortice poetico e creativo in questo disegno esprimono poesia sia come espressione di sentimenti dei più fini attraverso la bellezza estetica dell’intrico a vortice dei simbolici fiori, sia come espressione della creatività per come la sente in modo eminentemente inconscio questa artista eccellente. Per finire, anche in quest’opera, come in diverse altre, si individuano qui e là figure interne alla figurazione principale fatte delle medesime strutture che improntano il disegno nel suo insieme: eleganti cenni stilizzati di sagome umane quasi come folletti prodotti dalla fantasia che vengono a coincidere con petali e foglie, ad esempio nella posizione a braccia allargate verso l’esterno come ad abbracciare il mondo di cui sono venute a fare parte come a volersi districare appunto dall’intrico, a volersi fare strada per uscirne, anche mani e dita protese verso l’alto nel loro viaggio dal fuoco forgiatore verso la forma piena, viaggio del quale Marilena Mesaglio ha fermato un movimento nel suo disegno.

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