Riflessioni sulla donna e la madre nel romanzo “I Promessi Sposi” di Manzoni

Alessandro Manzoni viene considerato in generale nella critica e senz’altro nei libri scolastici come colui che avrebbe dato dignità non solo al popolo facendone il protagonista della storia similmente ai canoni del Romanticismo tedesco – qui sarà fatto solo un brevissimo cenno al concetto di protagonismo nella storia cui allude Manzoni –, bensì in particolare anche alla donna, esaltandone la funzione di madre e la capacità di sacrificio così da innalzarla nella  considerazione della società, nella cultura. Analizzando i testi di Manzoni le cose non risultano tali né per quanto attiene al popolo, né tantomeno per quanto attiene alla donna. Diamo in questo studio un breve esempio di un’analisi del testo riferita ai temi in questione la quale dà ragione del testo sul piano oggettivo del significato del linguaggio per come la Spazialità Dinamica da esso convogliata  (Mascialino 1996 e segg.) si presenta.

Prendiamo come esempio tra i tanti a disposizione sia la figura della donna del popolo nella Milano affamata durante l’assalto ai forni, sia, solo per cenni, la valutazione del popolo stesso per come emergono dalle parole di Manzoni filtrate dal personaggio di Renzo che guarda la scena.

Da I promessi sposi di Alessandro Manzoni (Provenzal 1982: XII, 240)

 “Appena mosso, vide spuntare gente che veniva dall’interno della città, e guardò attentamente quelli che apparivano i primi. Erano un uomo, una donna e, qualche passo indietro, un ragazzetto; tutt’e tre con un carico addosso, che pareva superiore alle loro forze, e tutt’e tre una figura strana. I vestiti o gli stracci infarinati; infarinati i visi, e di più stravolti e accesi; e andavano, non solo curvi, per il peso, ma sopra doglia, come se gli fossero peste l’ossa. L’uomo reggeva a stento sulle spalle un gran sacco di farina, il quale, bucato qua e là, ne seminava un poco, a ogni intoppo, a ogni mossa disequilibrata. Ma più sconcia era la figura della donna: un pancione smisurato, che pareva tenuto a fatica da due braccia piegate: come una pentolaccia a due manichi; e di sotto a quel pancione uscivan due gambe nude fin sopra il ginocchio, che venivano innanzi barcollando: Renzo guardò più attentamente, e vide che quel gran corpo era la sottana che la donna teneva per il lembo, con dentro farina quanta ce ne poteva stare,e un po’ di più; dimodoché, quasi ad ogni passo, ne volava via una ventata.”

Già i verbi “spuntare” e “barcollare” non si addicono di norma ad un incedere elegante, di persone importanti, ma piuttosto e più facilmente di basso rango. Lo spuntare è tipico di animaletti uscenti dalla tana o da un buco, di topi o vermi o altro di simile, anche al crescere di una piantina al suo primo apparire all’aperto da sottoterra, anche il sole può spuntare quando appunto mette fuori solo una piccola parte di se stesso, le stelle anche spuntano in quanto appaiono piccole agli occhi umani, insomma si tratta di un verbo per dimensioni relativamente piccole. Con le persone è usato metaforicamente e in senso inevitabilmente riduttivo: si può dire che una persona spunti all’improvviso da dietro qualcosa, in modo un po’ ridicolo, certo non si potrebbe dire di una persona importante che spuntasse da dietro qualcosa o da qualche parte, sarebbe irriverente appunto per i motivi appena citati. Quanto al barcollare, la sua Spazialità Dinamica si addice a qualcuno che stia male e, spesso, che sia ebbro o anche usualmente alcolizzato o anche a qualcuno che sia stato bastonato al punto che non ce la faccia più a stare in piedi e simili. Tutto ciò appunto fuori da ogni contesto di eleganza, di potenza. La sagoma che ne risulta è per Manzoni “strana”, aggettivo spesso dubitativo della positività delle cose e detrattivo nel contesto della descrizione. La stranezza, sul piano della Spazialità Dinamica portata dal linguaggio scelto dall’autore, si può riferire sia ad ogni singolo individuo, ma anche alla globalità delle tre persone messe assieme in un’unica figura non riconoscibile come quella delle tre persone già individuate. La fusione delle tre figure in una sola ha come effetto inevitabile quello di togliere ulteriormente individualità alle stesse, riducendole ad un oggetto ignoto, magari anche ridicolo, senz’altro non dall’aspetto elegante. Compare poi la parola “doglia” nella locuzione “sopra doglia”, termine rilevante per l’interpretazione del pezzo, come  vedremo presto. Si tratta di persone che, oltre a sembrare ubriache o folli, oltre ad essere povere, sporche, ineleganti, camminano senza equilibrio per il peso che trasportano, ma anche come se facessero loro male le ossa o sentissero comunque dolore, persone che siano forse state bastonate da qualcuno o siano avvezze alle bastonate, persone quindi appartenenti all’ultimo gradino della scala sociale. Quanto ai volti, si tratta di facce infarinate dall’espressione eccitata fino ad essere stravolta, fino a perdere l’equilibrio psichico. Ora la faccia infarinata è tale in quanto le tre persone hanno rubato  e quindi preso in fretta, ossia senza le dovute precauzioni, pane e farina dai forni e dai magazzini e si sono sporcate nel fare ciò. Sono dei poveri che hanno rubato qualcosa per potersi garantire un filo di sopravvivenza, ma il nobile Manzoni li descrive come pagliacci da irridere ai quali li accomunerebbe la faccia infarinata, nonché l’espressione spiritata – un tempo i pagliacci e i saltimbanchi da strada si infarinavano appunto la faccia come mascheramento per lo spettacolo.

Manzoni dunque, sul piano della Spazialità Dinamica espressa dal linguaggio che ha scelto per questo pezzo, non presenta propriamente tali infelici per quello che sono, povera gente che, portata all’esasperazione per essersi vista togliere anche il minimo cibo di cui doveva accontentarsi per poter campare alla bell’e meglio, tenti l’azione di rivolta contro chi è tanto più potente, azione che in sé suggerisce spunti di commovente umanità, bensì li presenta, come accennato, dal punto di vista estetico onde evidenziarne la mancanza di stile. In particolare il disprezzo erompe massicciamente proprio con la donna, la parte più debole dei tre, socialmente e fisicamente, la povera donna che tenta di portare a casa anch’essa un po’ di farina nella gonna adoperata come grembiule, un po’ di possibile pane per i suoi figli, per i suoi cari, per la sua famiglia. La donna è “più sconcia” ancora degli altri due che sono maschi. Il termine “sconcio” significa non acconcio, improprio e, derivati da questa primaria Spazialità, riprovevole, anche moralmente da rigettare, specialmente qualora usato, come spesso avviene, nel contesto erotico come qualcosa da riprovare, di ributtante. La descrizione che vorrebbe dare della donna un’immagine “sconcia”, anzi “più sconcia” rispetto a tutte le altre, presenta in primo piano il pancione smisurato paragonato ad una brutta pentola, una “pentolaccia”, pancione come metafora per grembiule riempito di farina.  Ora, visto il termine scelto da Manzoni, il pancione di questa donna non è diverso spazialmente alla vista dal pancione della donna gravida che così, per associazione inevitabile visti i termini presenti nella descrizione, viene presentata, seppure un po’ indirettamente, senza rispetto per la sua condizione. La donna dunque ha il pancione smisurato, quindi è brutta nell’estetica, sembra una pentolaccia finalizzata ad essere riempita di alimenti  come è la funzione di tutte le pentole e qui sta un ulteriore irridente quanto indiretto paragone a livello spaziale per la donna gravida che, sempre nell’associazione spaziale portata da termini come pancione e pentolaccia, appare quale contenitore del seme maschile che cresce nel suo ventre facendolo assomigliare ad una pentolaccia smisurata. Il termine citato in precedenza “doglia” contribuisce nel contesto a rendere ancora più chiaro il contesto associativo indiretto voluto da Manzoni a proposito della donna gravida cui si addice appunto il termine doglia in modo molto specifico – per evitare una tale associazione Manzoni avrebbe potuto agevolmente scegliere un vocabolo diverso, vocaboli diversi, ma appunto ha scelto quelli che hanno espresso la sua visione delle cose, come non poteva essere diversamente. Questa sovrapposizione dell’immagine della povera donna imbruttita dalle fatiche e dagli stenti, certo priva dei begli abiti di una nobile, questa donna sfortunata che ha dovuto dimenticare la sua bellezza per amore verso la sua famiglia, viene descritta spietatamente da Manzoni senza un accenno di pietà per le motivazioni dell’imbruttimento, per il suo stato di miseria. Essa avanza a strattoni quasi non reggesse il peso della farina raccolta nella sottana. Tuttavia  Manzoni non esprime una sola parola che mostri un po’ di compassione per questa miserabile. Al contrario ciò che enfatizza il linguaggio scelto da Manzoni è solo la sua grottesca bruttezza, compreso l’aspetto delle sue gambe che escono nude, ma non eroticamente dalla gonna alzata come al contrario potrebbero sporgere quelle di una cortigiana dai suoi abiti lussuosi, gambe che inevitabilmente nel contesto linguistico si devono  visualizzare brutte e non curate, magari anche in postura divaricata per dare maggiore equilibrio alla struttura dall’equilibrio già precario. Questa donna che Manzoni ha tratteggiato è l’immagine di una donna del popolo mal tenuta e non bella, misera; ma essa, secondo la Spazialità Dinamica convogliata dalle parole scelte da Manzoni per connotarla, è, indirettamente quanto oggettivamente, una caricatura della donna gravida con il pancione, quindi della madre.

L’occhio sprezzante di Manzoni irride, come è stato mostrato, anche il popolo affamato ed in stracci rappresentato emblematicamente nei tre individui scelti per la denigrazione, ciò come è stato dimostrato sempre secondo quanto esprimono le parole dell’autore analizzate sul piano oggettivo e senza invenzioni di sorta, abbellimenti, aggiustamenti. Lo disprezza perché povero, disperato, brutto a vedersi, infastidente il senso estetico di una persona raffinata, colta, ricca, nobile. Lo disprezza anche e soprattutto per il fatto che  per una volta questo popolo bastonato e sottomesso, ai limiti delle possibilità di sopravvivenza, ha avuto il coraggio della disperazione per ribellarsi allo strapotere dei nobili, dei ceti ricchi e potenti come quello cui apparteneva Manzoni stesso – è il caso di ricordare tra l’altro che Manzoni era, ad esempio, stretto amico dell’abate Rosmini, per il quale il popolo doveva essere tenuto lontano dall’istruzione in quanto attraverso di essa sarebbe diventato consapevole di avere dei diritti.

Tale interpretazione grazie a quanto espresso sul piano oggettivo, verificabile e falsificabile, della Spazialità Dinamica portata dal linguaggio

                                                                                                                                     Rita Mascialino

 

 

 

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