Rita Mascialino, Gondola in serenata.

cover_mascialinoRita Mascialino, Gondola in serenata. (Cleup Editrice Università di Padova, novembre 2015, racconti). La raccolta comprende dodici racconti ambientati nella Venezia degli anni Sessanta del Novecento e illustrati da dieci acquarelli di Anna Maria Fanzutto, pittrice, scultrice, incisore in Buja (UD. Copertina di Anna Maria Fanzutto ispirata all’ultimo dei racconti  intitolato Gondola in serenata e liberamente interpretato dall’Artista. I racconti traggono spunto da fatti realmente occorsi all’epoca e conosciuti dall’Autrice, spunti che sono stati romanzati e sono quindi frutto di fantasia.

 

da Il vagabondo

11-12

“(…) Quando anche le porte si chiudevano, si stendeva sul tavolo sotto la pergola e si copriva di giornali. Lo stormire del canale lo invitava ad assopirsi per dimenticare l’inganno della veglia e per sognare le storie più vere del suo viaggio. E vagava allora addentrandosi nelle prospettive più celate di edifici sprangati. Come quando era giunto una notte nei pressi di un palazzo bianco nell’oscurità di tetre colonne ed aveva oltrepassato la cancellata chiusa. Un’immobile dama velata, tale gli era parsa la figura, lo aveva accolto alle spalle, gli occhi e la bocca nascosti, senza volto, il passo frenato negli abiti di pietra. Com’erano belle quelle labbra invisibili e quegli occhi cancellati con il loro sorriso che egli intuiva acuto e spiritoso, appena mosso, tutto per lui nel buio fondo di quell’ora morta, rischiarata dai cristalli di una luna penetrante negli androni come la sbavatura di uan marea inafferrabile e senza respiro. Era salito su scale bianche osservato da sotto quel velo muliebre, così credeva, ed era stato aggredito dal fragore improvviso di viole e violini scoppiati in un’aria già fatta memoria e dimenticata nel coccio disperso della sua vita (…)”.

da Amori

17

“Onde sonnacchiose e imprigionate fecero vacillare un’imbarcazione scrostata che finì per cozzare contro la Fondamenta di S. Marco. Da quel lezzo bagnato appena smosso uscì una giovane la cui zazzera fluttuò rossastra oltre il pontile, opaca nella nebbia come una moneta di rame dietro una vecchia e fosca lente. In piazza fregi sdentati di colonne e bavosi di putredine erano fissi in un muto balbettio di echi di fasti trascorsi. A darle il benvenuto dai tavoli dell’antico Florian sotto il porticato stavano livree lacere e logore di uccelli ad annunciarer l’ingresso in città delle scolorite feste del tardo autunno con i loro travestimenti più segreti. Tristi gli occhi semichiusi per la prossima definitiva quiescenza, la nerastra compagnia incedeva lenta, azzoppata da un servizio rinchiuso tra muri diroccati e luci drappeggiate, il collo non più sorretto a dovere, chino di lato e in avanti o abbandonato sul dorso nell’impossibilità di riguadagnare la postura della giovinezza. Consumati riflessi neri, grigi e verde cupo si accasciavano qui e là al suolo, non più abili a dominare il traballante equilibrio tra l’illusione della vita e la certezza del nulla incombente (…)”.

da Gondola in serenata

127, 131

“(…) Era la Venezia del Carnevale che si stava lentamente preparando a impazzare per le calli, per i canali. Negli orecchi la voce di una cantante lirica, un tempo famosa, ora presente nell’eco del proprio canto, un’eco nostalgica che anche con meno tonalità rispetto ad un tempo dava un intenso tocco di commozione in più alla voce, un’emotività di sentimento che bene si accordava con l’atmosfera interiore carica di emozioni in tempesta vissuta in quell’occasione dalla figurina sul ponte. Negli occhi una gondola in serenata che si muoveva lenta e all’apparenza faticosa sulle acque argentate dai raggi del sole quasi ormai sceso a metà sull’orizzonte (…) Perché era l’amore incondizionato che permetteva di raggiungere la profondità del sentire in ogni dove, del conoscere, lei l’aveva sempre saputo nel profondo del suo cuore. Nella carenza d’amore, nell’assenza di quel particolare amore capace di conciliare l’uomo con il suo tragico destino, in una tale  situazione di degrado e di condanna inappellabile per i viventi, il nulla dell’eternità assumeva l’aspetto di una discarica dove buttare i resti umani come materia per l’immondizia (…).”

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