Riflessioni sul sonetto “Forse della fatal quiete” di Ugo Foscolo

di Rita Mascialino

Il sonetto Forse perché della fatal quiete di Ugo Foscolo, composto tra il 1802 e il 180, si incentra attorno al tema della sera, caro alla sensibilità dei poeti del Settecento, dei preromantici e romantici. Si tratta di una sera straordinaria come andiamo a vedere, nella quale nulla vi è di scontato, di comune esperienza. Onde dare il concreto supporto alle riflessioni analitiche e critiche segue il testo del sonetto (Turchi 1974: 23-24) composto di due quartine e due terzine a rime alternate:

 

Forse perché della fatal quiete

Tu sei l’immago, a me sì cara vieni

O sera! E quando ti corteggian liete

Le nubi estive e i zefiri sereni,

 

E quando dal nevoso aere inquiete

Tenebre e lunghe all’universo meni

Sempre scendi invocata, e le secrete

Vie del mio cor soavemente tieni,

 

Vagar mi fai co’ miei pensier su l’orme

Che vanno al nulla eterno; e intanto fugge

Questo reo tempo, e van con lui le torme

 

Delle cure onde meco egli si strugge;

E mentre io guardo la tua pace, dorme

Quello spirto guerrier ch’entro mi rugge.

 

La sera cantata da Foscolo assomma in sé la fine del giorno e la fine della vita associate come spesso accade – anche Leonardo da Vinci, per fare un solo esempio tra i tanti, collega la fine del giorno alla vita della vita in uno dei suoi pensieri. La morte per questo suo collegamento appare meno triste del consueto, di fatto la sera reca con sé nel sonetto belle immagini ed stimolatrice dei più soavi sentimenti. Soprattutto è sempre invocata per il fatto che in essa il poeta può astenersi dalle cure del giorno, dal suo carattere sempre in lotta come quello di chi gioca il suo ruolo nella vita come quello di un guerriero. Sembrerebbe ad una prima lettura che al poeta piaccia la sera, sia primaverile che invernale, un po’ di tutte le stagioni di cui sono simbolo l’estate e l’inverno come opposti sinteticamente indicativi della totalità, per via del fatto che in essa può godere di una tregua, di riposo, di tranquillità inaccessibili al giorno e alle sue preoccupazioni che tanto gli dispiacciono al punto da ritenerle frutto di un tempo “reo”, malvagio. Pertanto il significato del sonetto potrebbe essere tutto qui, un omaggio alla quiete serale e alla sua sovrapposizione alla quiete eterna data dalla morte. Ci sono tuttavia nel testo a livello semantico alcune per così dire stonature che impediscono di considerare valida tale molto semplice e rozzamente parafrastica interpretazione. I sintagmi che approfondiscono e mutano il significato da dare al sonetto riguardano in primo luogo i versi 7-8 e 13-14.
Nei versi settimo e ottavo il poeta afferma come la sera scenda sempre invocata e tenga soavemente le corde del suo cuore. Se la sera tiene soavemente avvinta la sua interiorità più segreta, non può essere invocata e amata solo per dimenticare le cure del giorno, la dimenticanza non è qualcosa di segretamente soave, bensì non è altro che il vuoto di qualcosa, ossia il tenere soavemente il cuore di qualcuno, azione attiva e consapevole, non può coincidere con l’oblio di qualcosa, con la rimozione nell’inconscio che avviene senza essere provocata razionalmente. In aggiunta, invocare la sera/morte, sempre, ossia ogni sera in tutte le stagioni, fa sì che la morte stessa sia un pensiero amato e pure riservato a tutte le sere, come il poeta non aspettasse altro che attendere il sopraggiungere della sera per pensare all’assenza di affanni e alla morte, sarebbe troppo risibile per chiunque. In ogni caso potrebbe essere che Foscolo in questo sonetto sia risibile, ma prima di ritenere possibile una simile caduta in un uomo e in un poeta così grandi, ritengo che sia il caso di analizzare il componimento, il suo testo per quanto esso contiene. Nei fatti linguistici le cose non stanno così: secondo il testo Foscolo non intrattiene con il pensiero della morte relazioni sentimentali addirittura soavi, non vi amoreggia in modo così intenso da essere quasi l’innamorato della sera/morte – se tanto amasse la sera/morte, potrebbe pensare al suicidio, ciò di cui non vi è alcuna traccia nel sonetto, da nessuna parte. E certo Foscolo, sempre secondo il testo del sonetto, non invoca la sera tanto eroticamente solo per il piacere di andare a dormire, a riposarsi, per non pensare ai problemi che lo affliggano nella vita pratica anche se nella sera vi è realmente una tregua dalle cure del giorno. In altri termini, la soavità che Foscolo sente dando spazio alla sua interiorità più segreta evita qualsiasi interpretazione nei sensi banali di cui sopra come vedremo fra poco analizzando per quanto brevemente.
Nei versi tredicesimo e quattordicesimo, che alludono all’indole del poeta, tutt’altro che incline alla tranquillità, ma sempre in lotta con il tempo e le sue cure – nel sonetto si definisce uno spirito guerriero che ruggisce come un leone addirittura, uno spirito battagliero che lo connota nella generalità del suo agire –, compare il verbo guardare che chiarifica di per sé quali siano le corde soavemente tenute dalla sera. Questa è invocata sì per la quiete che essa reca con sé, ma perché tale quiete consente l’emersione dell’interiorità più segreta e profonda del poeta, che nella sera può lasciare emergere il grande tema della vita che è paradossalmente quello della morte – vedi il collegamento della sera alla morte – e dell’eternità ad essa connessa, ciò che è un Leitmotiv della poesia in generale e in particolare di Foscolo. Si tratta di vie, di percorsi che, sorti nell’oscurità delle vie segrete del cuore, dei sentimenti – il cuore non è sede della mente razionale –, nelle tenebre della sera, conducono il poeta lontano dalle cure del mondo sulle ali della fantasia, percorsi senza un riscontro limitativo con il reale concreto e materiale, non certo i percorsi dell’assenza delle preoccupazioni diurne in sé, né della morte come fuga dalla vita per cessare di lottare, ma percorsi in cui la pura immaginazione unisce il poeta all’eterno in una visione del mondo che non può essere colta nel giorno e nelle sue lotte quotidiane – il passo del giorno è corto, quello della fantasia, dell’immaginazione ha gli stivali dalle sette leghe. In questa pausa il poeta guarda, ossia contempla, gode di questa stasi o quiete di natura estetica che lo fa sentire in unione all’eterno e che dà bellezza alla morte stessa come mezzo di riunificazione all’infinito, all’eternità. Per chiarire, l’eterno, che non può essere esperito nel quotidiano concreto, nelle sue cure, può essere esperito nell’intuizione, nella fattispecie artistica, nella poesia precipuamente, come dimostra la presenza del sonetto, appunto di una poesia dedicata al complesso concetto di sera come immagine della morte e della bellezza come può avvenire e avviene a livello estetico, artistico, poetico. Nel momento più intimo della giornata dunque, nell’oscurità anche più tenebrosa, il poeta può sentire in quiete la propria interiorità inconscia e segreta nella quale il suo sentire è in massimo grado e più finemente erotizzato, soavemente più di qualsiasi altra circostanza concreta, questo data la bellezza che suscita in lui la percezione dei mondi creati dalla propria sensibilità più profonda libera dalle cogenze della materia, la percezione delle proprie emozioni più dolci espresse come solo può fare l’arte, nella fattispecie la poesia, la sua poesia, una interiorità che lo sgancia dai limiti del reale materiale e lo collega al più ampio spazio dell’Universo togliendolo dagli angusti confini del quotidiano. Si tratta di un’interiorità che lo concilia con la vastità spaziotemporale dell’eternità, quindi con la morte stessa che a questa eternità spalanca le porte e dove il suo animo si espande fino ad essere tutt’uno con l’infinito, con il nulla eterno, con quanto la sera quale spazio privilegiato della creazione artistica, sorgente dalla simbolica e parallela oscurità dei percorsi inconsci, rende possibile al poeta attraverso i percorsi estetici, in bellezza, il tutto serenamente, in quiete, una quiete seria e grave dato il tema, ma che comunque si nutre di immenso come immensi sono l’infinito e la sua quiete, l’Universo.
Così il sonetto ripropone il tema principe della poesia foscoliana, la riflessione sulla morte che nella sua poesia si fa bella in quanto creazione artistica, estetica e non è odiata come nella prospettiva concreta e materiale quale fine della vita, bensì viene amata come possibilità di riunire l’uomo alla quiete che contrassegna il concetto dell’infinito, dell’Universo da cui l’uomo trae origine e ritorna in una visione non religiosa dell’esistere, del senso dell’esistere, una visione che si ispira per qualche dettaglio alla visione del mondo prodotta dalla grecità.
Per concludere: l’arte, precipuamente la poesia, apre i percorsi che dall’interiorità più profonda e segreta conducono e inducono l’uomo ad accettare serenamente l’ingresso nell’eterno, nella non vita, così che questo grande dolore nell’esistere possa essere accettato dall’umanità attraverso i canali estetici della bellezza intrinseca alla creazione artistica, alla contemplazione artistica – Foscolo guarda la pace della sera, ossia, visto che la pace non si può guardare, vede nel silenzio serale i mondi immaginari che gli sono di conforto nel suo viaggio terreno. Un sonetto tra i più meravigliosi di Ugo Foscolo e della poesia in assoluto.

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